In caso di neve chiudono sempre quella strada, me lo sarei potuto aspettare. Me lo sarei dovuto aspettare, così da non dover tornare indietro e prendere la via alternativa. Eppure avevo imboccato comunque l’uscita 50 km prima, probabilmente sperando che mi andasse bene. Ma nevicava da 3 giorni ininterrottamente. Senza un mezzo di trasporto appropriato non mi sarei potuto muovere nemmeno io, in effetti. C’erano almeno 20 cm di neve che non era stata pulita sulle strade principali, il fatto che quel passo del tutto secondario fosse chiuso non mi lasciò per nulla sorpreso. Ma non avevo orari, il piano era quello di arrivare entro sei ore dalla partenza e ne erano già trascorse tre abbondanti. Non ero affatto preoccupato di ciò. Anche se ci avessi impiegato 15 ore non sarebbe stato un problema. Ero in vacanza, il serbatoio era ancora quasi del tutto pieno, ero solo e avevo una playlist di oltre 600 brani musicali da ascoltare. La durata del viaggio era una preoccupazione del tutto secondaria.

Una rapida inversione a U, per quanto rapida potesse essere una tale inversione su una strada del genere, a occhio. Era divertente, mi sarei potuto schiantare contro un albero e nessuno se ne sarebbe accorto per almeno dieci giorni. Non avevo portato alcuno strumento tecnologico, ero in vacanza. Nessuno avrebbe potuto rintracciarmi né contattarmi in alcun modo, e nessuno sapeva dove stavo andando. Sempre ipotizzando che nessuno nei precedenti 8 anni avesse assunto un investigatore privato per farmi seguire in quella settimana ogni 6 mesi in cui mi rendevo indisponibile per l’universo. Nessuno al mondo sapeva del rifugio abbandonato che andavo ad occupare abusivamente in totale solitudine. L’avevo trovato quasi per caso, inserendo delle coordinate errate su Google Earth. Avevo notato una casetta in mezzo al bosco. Un’estate ci ero andato per studiare la zona e da quel momento la “casetta”, che in realtà era una costruzione di due piani di circa 300 mq per piano, era diventata appunto il mio luogo segreto su questo pianeta.

Quella volta c’era qualcosa di diverso dal solito.

Avevo messo provviste in uno zaino capiente, in particolare barrette energetiche – mantengono in vita e occupano poco spazio nel bagaglio – e scatolame, come di consueto. Qualche cambio di vestiario e via. Partivo alla volta del nulla, alla volta della fuga totale.

Una confezione d’acqua, una bottiglia al giorno mi basta sempre.

La legna c’era dall’estate, avevo abbattuto qualche albero. Mi scaldavo con il camino di quella che una volta doveva essere stata la sala da tè del rifugio.

L’insegna di legno che avevo trovato mezza marcia e penzolante, attaccata sopra la porta d’ingresso, aveva inciso proprio “Il Rifugio”. Non so per chi, non so di chi fosse. Quelle due settimane all’anno era lì per me, era come se fosse mio.

Parcheggiavo sempre a circa 5 km da lì, in una radura nel bosco. Poi, via a piedi. Nella neve fresca del sentiero mi divertivo una marea, mi ha sempre affascinato camminare nella neve, per qualche motivo non del tutto chiaro.

Avevo costruito una nuova insegna, che avevo appoggiato su una base creata con un grande tronco. Avevo intagliato “Il Rifugio” nella nuova insegna.

Avevo reso utilizzabili la sala da tè e due camere da letto. Dormivo almeno 10 ore a notte, e per il resto scrivevo, guardavo il fuoco scoppiettare nel camino, sistemavo qualcosa della costruzione, andavo a farmi un giro nel bosco, d’estate facevo legna.

A non più di 500 metri – come se li avessi mai misurati realmente – da lì scorreva un ruscello, che d’inverno gelava completamente. Non c’erano pesci, ma a volte andavo lì ad ascoltare semplicemente l’acqua scorrere sulle pietre, avvolgendosi rapida su se stessa.

La notte d’inverno faceva particolarmente freddo, la temperatura scendeva ampiamente sotto lo zero.

Avevo trovato delle coperte molto pesanti negli armadi del Rifugio. Alcune si erano polverizzate al tatto – tra l’altro, un effetto ottico non indifferente -, altre erano invece perfettamente utilizzabili. E mi tornavano davvero utili.

Quella volta c’era qualcosa di diverso dal solito.

Viaggiavo a velocità limitata sulla strada imbiancata. L’avevo allungata e non di poco, a causa della strada chiusa, ma mi importava davvero meno di zero.

Mi stavo godendo le ultime ore di tecnologia, con il riscaldamento dell’auto e la musica in riproduzione continua. Non so se quel viaggio mi piacesse così tanto, ogni volta, per via del viaggio in sé, suggestivo nella neve, nei boschi a tratti, in mezzo ai monti, oppure per via della meta del viaggio, che era senza dubbio il mio posto preferito di tutti quelli che avevo visitato nella mia vita.

Dalla mia ultima visita, la vita di tutti i giorni era stata abbastanza pesante da sostenere. Problemi su problemi, scadenze da rispettare per qualunque genere di cosa, persone che erano andate e venute, incrociando il mio percorso esistenziale. In particolare, Lei se ne era andata senza apparente spiegazione – non c’è mai un’apparente spiegazione per questo genere di avvenimenti-, da un momento all’altro, ma me ne ero fatto una ragione abbastanza velocemente. Disperarmi non avrebbe in alcun modo risolto la faccenda, era sparita del tutto dalla circolazione e aveva detto di non provare nemmeno a cercarla. E io nemmeno ci avevo provato, dopo le classiche 48 ore di sensazione di vuoto totale. Era finito tutto e basta, null’altro da dire.

Avevo visto troppe persone perdere se stesse dopo aver perso qualcun altro, e mi ero più volte ripromesso che non avrei voluto fare la stessa fine.

Avevo lasciato che i mille altri impegni della vita mi risucchiassero tutte le energie, e in questo modo mi ero risistemato. Le abitudini erano cambiate, ovviamente, ma ci sta cambiare, ogni tanto. Anche se, effettivamente, questa potrebbe sembrare solo una comoda giustificazione dell’accaduto.

Alle volte ciò che conta è semplicemente rendersi conto che la vita va avanti no matter what.

Aveva dimenticato il suo orologio sul mio comodino. Non so se l’abbia fatto di proposito, ma mi aiutò davvero tanto. Provando a dare una spiegazione logica ai fatti con cui mi ero dovuto confrontare, avevo deciso che quell’orologio mi avrebbe dovuto ricordare sempre che il tempo è fondamentale, che è tutto quello che abbiamo. Mi avrebbe dovuto ricordare sempre che dobbiamo impegnare il nostro tempo con persone e faccende che ci appassionano, che ci prendono in maniera totale e assoluta. Non possiamo permetterci di sprecare tempo. Quello che abbiamo è limitato. Limita qualunque cosa.

Quella volta c’era qualcosa di diverso dal solito.

Normalmente, nelle vacanze invernali, venivo qui la settimana prima di Natale, in modo da poter essere disponibile per condividere con i cari il periodo di transizione tra un anno e il successivo.

Questa volta, per gustarmi appieno il cambiamento di data, avevo deciso di dare buca a tutti gli amici e i famigliari per concedermi in tutto e per tutto a me stesso. Avevo tante cose a cui pensare, avevo bisogno di un po’ di tempo per svuotare la mente. Ero in viaggio ed era la vigilia di Natale.

Sarei rimasto irraggiungibile per qualche giorno in più del solito. 10 giorni invece che 7, questo era il programma.

Sarei rimasto al Rifugio a contemplare la meraviglia della Natura in solitudine, come amavo fare da anni.

Parcheggiai nello stesso posto di sempre, con metà auto infilata in un mucchio di neve fresca alto almeno quanto me.

Raccolsi lo zaino dalla tracolla; lo gettai in spalla e mi incamminai. Entro un’ora e mezza sarei arrivato. Erano le ultime ore del pomeriggio, il sole si stava abbassando lentamente. Camminavo con tutta calma.

Vidi un aereo passare, migliaia di chilometri sopra la mia testa. Qualcuno in partenza per le vacanze natalizie.

Quella volta c’era qualcosa di diverso dal solito.

Le ombre erano incredibilmente lunghe sul terreno, quegli alberi come figure incappucciate con centinaia di mani, che si allungavano ogni minuto di più. Mancava l’ultima curva e il Rifugio sarebbe stato in vista. Non avevo freddo, senza dubbio era perché stavo camminando e mi riscaldavo così. Tuttavia, già assaporavo il momento in cui avrei acceso il camino, che sarebbe stato il mio scoppiettante compagno di vacanza.

Ecco cosa c’era di diverso, quella volta.

Già alla prima occhiata me ne ero accorto, ma volli arrivarci accanto per controllare con sicurezza ciò che avevo visto. Il camino era palesemente già acceso. La finestra della sala da tè era illuminata dall’interno. Di elettricità non se ne parlava, in quel posto remoto. Doveva essere per forza il camino.

Un senso di vuoto mi avvolse. Con chi avrei condiviso il mio posto segreto nel mondo?

Erano i vecchi proprietari? Qualcuno ci era capitato per caso lì e mi aveva rubato la solitudine e l’evasione?

Decisi velocemente il da farsi, sarei semplicemente entrato e avrei scoperto cosa la vita mi riservava.

Oltrepassato l’ingresso, mi affacciai alla porta della sala. E fu in quell’istante che capii.

Chi occupava la poltrona davanti al camino non mi avrebbe mai degnato nemmeno di uno sguardo.

Chino su un quaderno, illuminato dai bagliori intermittenti delle fiamme di fronte a sé.

C’ero io che scrivevo.

GEDSC DIGITAL CAMERA

Annunci