La pioggia scendeva inesorabile sulla città, le vie erano un viavai di ombrelli e gente inzuppata.

Come ogni mattina, le persone si muovevano veloci, come se fossero tutte uniformemente in ritardo. Tutto si muoveva, persino il cielo.

L’esistenza del mondo era dominata dalla mancanza di pause. C’erano solo il tasto play e il fast forward.

Dove andranno tutti? Chi a lavorare, chi ad un appuntamento per colazione, i più giovani a studiare.

La postazione di osservazione che ho a disposizione mi fornisce uno scorcio di mura di mattoni bagnati che racchiudono passi veloci. Ancora non riesco a spiegarmi perché si vestano tutti di nero. I più “alternativi” ci abbinano dettagli bianchi o rossi. Ma il nero mi mette tristezza, d’inverno lo posso capire, ma a breve sarà estate. In realtà di questi tempi è tutto molto relativo, basti pensare che abbiamo iniziato a sciare a gennaio quest’anno. Chissà che logica seguono queste stagioni. Dovrei approfondire le mie conoscenze a tale riguardo, magari settimana prossima riesco a ritagliarmi una mezza giornata. Che profumo di colazione. Mi muovo anche io nella giungla metropolitana.

Un cornetto (rigorosamente) alla crema e un cappuccino, grazie.

Mi piace domandarli in ordine inverso allo standard. Che anarchico sono.

Questa sedia è piuttosto comoda, ma tra mezz’ora ho davvero lezione? Sono assonnato, quasi quasi mi prendo anche un bignè al pistacchio, è troppo buono qui.

Questa sedia diventa più comoda, con il passare del tempo, che bella giacca che ha quello, senza imbottitura e precisa per la stagione delle piogge, potrei comprarmene una, anzi dovrei.

Di cosa diavolo stanno parlando queste due sedute alle mie spalle? Non mi piace origliare perché non mi piace che gli altri origlino i miei discorsi, anche se in realtà chiunque normalmente potrebbe ascoltare. In effetti non sto origliando, seduto da solo e loro in compagnia a parlare ad alta voce per forza di cose stanno condividendo anche con me le proprie chiacchiere; ah ecco infatti anche l’uomo con la bella giacca ha sentito il discorso, ragazze suvvia!

Da che mondo è mondo, la gente in giro contiene i propri discorsi a meno che non voglia esattamente che gli altri li ascoltino, ma fanciulle, non così sfacciatamente, qualcuno potrebbe fraintendere.

Comunque, mi gusto questa birra fresca dopo una giornata abbastanza faticosa. Ah, sì, il cornetto è un ricordo lontano di ormai 15 ore fa, e in mezzo sono successe troppe cose, ma ho risolto un problema che mi affliggeva da tempo e sono finalmente riuscito ad organizzare tutti i miei esami della sessione, che sembra davvero infinita.

Quello non sta già più in piedi dall’alcol, io ordino un tè freddo con ghiaccio e una fetta di limone per concludere l’assunzione giornaliera di liquidi. Sì, tè alla menta grazie, se lo avete, altrimenti al limone va bene uguale.

Faccia una cosa, mi porti il ghiaccio in un bicchiere a parte.

Mi sono sempre divertito a lasciar cadere i cubetti di H2O allo stato solido nel tè e ad osservarne gli effetti, gli anelli concentrici di minuscole increspature della superficie.

Mi ricordano quando al mare giocavo a far rimbalzare i sassi sull’acqua il più lontano possibile, avevamo messo su una bella compagnia quell’estate, eravamo quanti? Una decina probabilmente, c’erano i due gemelli e il rosso, io, Vicky e la sua amica con l’apparecchio e le due sorelle quelle carine, sì forse non arrivavamo alla decina, ma poco ci mancava. alla fine ci eravamo divertiti un bel po’. Sì quel giorno davvero il temporale chi si era accorto che stava sopraggiungendo? Not me. E nessuno di noi in realtà, eravamo una banda di idioti ma ci eravamo divertiti un sacco anche a lanciarci in mare nel diluvio. Faceva un caldo pazzesco, ma la cosa che mi ricordo di quella giornata è stato quando il rosso stava urlando perché qualcuno gli aveva rubato il telo che si era comprato con la paghetta della settimana prima e io ero ancora in mare e che piovesse non mi interessava, sì ragazzi sto uscendo, arrivo! Eppure quei secondi ancora là in piedi nelle onde avevo notato che le gocce cadevano nell’acqua creando una quantità di increspature che se il tempo si fosse rallentato sarei stato in grado di distinguere una dall’altra e di vedere alla moviola il momento in cui una e l’altra si andavano a mescolare. Sembrava quel video che avevo visto a proposito dei campi magnetici sul Sole che vanno creandosi e rimescolandosi di continuo o qualcosa del genere. Ok sto uscendo!

Ed eravamo andati a prenderci quel caffè shakerato come sempre, erano settimane che andavamo avanti così, ma andava bene così perché non avevamo molte altre preoccupazioni oltre ad arrivare a fine giornata dopo esserci divertiti un po’ e aver fatto qualcosa che ci sarebbe rimasto in memoria. Avremmo potuto conquistare il mondo, con quella compagnia, quell’estate, e invece andavamo avanti a passare il tempo e a ridere per le cose più inutili tanto che mi è rimasta impressa quell’immagine di quelle gocce nel mare.

Anche per il caffè shakerato volevo il ghiaccio a parte, ma allora solo perché mi divertivo a sgranocchiarlo col caldo che faceva.

E adesso invece la mattina, anche se fa caldo, prendo sempre un cappuccino, ma non sarebbe male tornare alle vecchie rinfrescanti abitudini. Forse trascuro la mia sensazione di caldo tutto il giorno finché non mi faccio un drink fresco la sera. Bisogna cambiare il gioco qui.

Mentre mi gustavo il bignè stamattina mi sono imbattuto nel giornale sfogliato dal signore del tavolo all’angolo. Del giornale mi importava molto poco, ma la sua ombra dovuta alla luce della giornata nascente mi ricordava una fenice; non un pennuto qualunque, proprio una fenice. Un attimo prima c’era, lì tutta svolazzante sul tavolo, l’attimo dopo era scomparsa perché la luce del sole si era riflessa in qualche modo strano sulla porta che si stava aprendo e l’aveva vaporizzata. Avevo distolto lo sguardo, annoiato dalla prematura scomparsa dell’animale ombroso, ma l’avevo tenuta sotto tiro con la coda dell’occhio – non si sa mai che decida di riapparire a una certa – ed eccola lì, puntuale a rinascere dalle proprie ceneri.

Era la stessa estate quando avevo imparato a fare il lupo con le ombre cinesi? Era nato tutto da quando i gemelli raccontavano della loro gita al museo di non so dove con i cinesi che a sentir loro facevano foto anche alle piastrelle dei corridoi, e poi era arrivata Vicky a spiegarci come fare gli animali con le mani e una lampada, o un fuoco, insomma con una sorgente luminosa e una superficie su cui proiettare luce e – quindi – ombre. Come proietti un’ombra senza una luce? Avevamo parlato anche di queste banalità intellettuali, e di altre migliaia di dubbi mistici e interrogativi esistenziali in quelle calde sere di luna a spicchi.

Avevamo studiato la posizione delle stelle, avevamo giocato a carte per ore e avevamo corso nella notte sulla sabbia morbida.

La giacca del tizio di stamattina l’avevo vista in quella vetrina di viale Lanterne, ecco perché aveva attratto così particolarmente la mia attenzione, perché era qualcosa di già visto. Lanterne, come quelle che accendevano sulla spiaggia che frequentavamo. Avrebbero dovuto scacciare o uccidere le zanzare, o almeno così avevo sempre sostenuto per non so quale esatto motivo, in realtà attraevano noi giovani menti per la luce soffusa.

Se per qualche motivo si fossero dimenticati, una sera, di accenderle, probabilmente avremmo perso la fiducia nell’umanità. Erano così presenti, sempre là a svolgere il loro compito di dare una forma alla realtà circostante. Non ce l’avremmo fatta a superare il trauma. Non è vero, probabilmente avremmo soltanto iniziato a ricordare o, meglio, ad immaginare, ciò che ci circondava. Senza alcun problema. Chi lo sa, non io.

La giacca perfetta per la pioggia secondo i miei gusti attuali.

Che umore uggioso.

Piove?

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